Il Premio Nobel per la Letteratura 2026 è stato assegnato ad Anne Carson, grecista, saggista e traduttrice canadese oltre che poeta. È una cosa che mi fa molto piacere, innanzitutto perché ha vinto una donna: Carson è la 19esima donna a conquistare il Nobel – sono 105 gli uomini premiati dal 1901.
La motivazione. Le è stato assegnato il Premio Nobel per «la sua opera audace e innovativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».
Anne Carson ha scritto più di 20 libri: raccolte di poesia, saggi, traduzioni, opere teatrali, ma in realtà la sua opera sfugge a qualsiasi classificazione. Mescola l’alto con il basso, contamina i generi in piena libertà come per esempio ne Il saggio di vetro, un testo in cui le contraddizioni di una relazione sono raccontate in collisione con Cime tempestose, mescolando autobiografia con il saggio (si trova nella pubblicazione Vetro, Ironia e Dio, considerato un lyric essay).
La cucina
La cucina al mio arrivo è calma come un osso.
Nessun suono dal resto della casa.
Aspetto un attimo
poi apro il frigo.
Lucente come un’astronave emana una fredda confusione.
Mia madre vive sola e mangia poco ma il suo frigo è sempre stipato.
Dopo aver estratto un vasetto di yogurt
da sotto un’astuta composizione di blocchi di dolce di Natale avanzato
avvolti in stagnola e flaconi di medicinali soggetti a prescrizione medica
richiudo la porta del frigo. Un crepuscolo bluastro
riempie la stanza come un mare che rifluisca.
Mi appoggio al lavandino.
I cibi bianchi per me sono i migliori
e preferisco mangiare da sola. Non so perché.
Una volta ho sentito delle ragazze cantare una canzone per il Primo Maggio che diceva:
Violante in dispensa
rosicchia un osso di montone
Come l’ha rosicchiato
Come l’ha artigliato
Quando si credette sola.
Le ragazze sono le più crudeli con sé stesse.
Qualcuna come Emily Brontë,
che rimase una ragazza per tutta la vita nonostante il corpo da donna,
aveva crudeltà accumulata in tutte le crepe del corpo come neve primaverile.
In varie occasioni possiamo vederla liberarsene
col gesto col quale spazzolava il tappeto.
Parlaci e poi frustalo!
fu il consiglio dato (a sei anni) a suo padre
riguardo al fratello Branwell.
E quando a 14 anni fu morsa da un cane rabbioso, si diresse a gran passi (così dicono)
in cucina e prendendo delle pinze roventi dalla stufa le applicò direttamente al proprio braccio.
La cauterizzazione di Heathcliff durò più a lungo.
Più di trent’anni nel tempo del romanzo,
da quella sera d’aprile quando corse fuori dalla porta della cucina
e svanì nella brughiera
perché aveva sentito una frase a metà di Catherine
(“Mi degraderebbe sposare Heathcliff”)
fino al mattino selvaggio
in cui il servo lo trovò morto e sorridente
sul letto bagnato dalla pioggia al piano superiore di Cime Tempestose.
Heathcliff è un demone del dolore.
Se fosse rimasto in cucina
abbastanza a lungo per ascoltare l’altra metà della frase di Catherine
(“così non saprà mai quanto lo amo”)
Heathcliff sarebbe stato liberato.
Ma Emily sapeva come catturare un demone.
Al posto di un’anima infuse in lui
il costante, freddo distacco di Catherine dal suo sistema nervoso
ogni volta che prendeva fiato o formava un pensiero.
Troncò a metà tutti i suoi momenti,
lasciando aperta la porta della cucina.
Non mi manca familiarità con questa vita a metà.
Ma c’è dell’altro.
La disperazione sessuale di Heathcliff
non sorse da alcuna esperienza analoga nella vita di Emily Brontë,
per quanto ne sappiamo. La domanda,
riguardante gli anni di crudeltà interiore necessari a
[trasformare una persona in un demone del dolore,
le venne in una cucina dolcemente illuminata dal fuoco
(“kichin” nella grafia di Emily) dove lei
e Charlotte e Anne sbucciavano le patate insieme
e inventavano storie con il vecchio cane ai loro piedi, Keeper.
Esiste un frammento
di una poesia che scrisse nel 1839
(circa sei anni prima di Cime tempestose) che dice:
Quell’uomo di ferro è nato come me
E fu una volta un ragazzo ardente:
Nell’infanzia dovette sentire
Tutta la gloria di un cielo d’estate.
Chi è quest’uomo di ferro?
La voce di mia madre mi attraversa,
dalla stanza accanto dov’è sdraiata sul divano.
Sei tu cara?
Sì Ma’.
Perché non accendi la luce?
Oltre la finestra della cucina guardo il sole d’acciaio d’aprile
sferrare le sue ultime strisce gialle
attraverso uno sporco cielo d’argento.
Ok Ma’. Che c’è per cena?
Kitchen
Kitchen is quiet as a bone when I come in. No sound from the rest of the house. I wait a moment then open the fridge. Brilliant as a spaceship it exhales cold confusion. My mother lives alone and eats little but her fridge [is always crammed. After extracting the yogurt container from beneath a wily arrangement of leftover blocks [of Christmas cake wrapped in foil and prescription medicine bottles I close the fridge door. Bluish dusk fills the room like a sea slid back. I lean against the sink. White foods taste best to me and I prefer to eat alone. I don’t know why. Once I heard girls singing a May Day song that went: Violante in the pantry Gnawing at a mutton bone How she gnawed it How she clawed it When she felt herself alone.
Girls are cruelest to themselves.
Someone like Emily Brontë,
who remained a girl all her life despite her body as a
[woman,
had cruelty drifted up in all the cracks of her like
[spring snow.
We can see her ridding herself of it at various times
with a gesture like she used to brush the carpet.
Reason with him and then whip him! was her instruction (age six) to her father regarding brother Branwell. And when she was 14 and bitten by a rabid dog she [strode (they say) into the kitchen and taking red hot tongs from the [back of the stove applied them directly to her arm. Cauterization of Heathcliff took longer. More than thirty years in the time of the novel, from the April evening when he runs out the back [door of the kitchen and vanishes over the moor because he overheard half a sentence of Catherine’s (“It would degrade me to marry Heathcliff”) until the wild morning when the servant finds him stark dead and grinning on his rainsoaked bed upstairs in Wuthering Heights. Heathcliff is a pain devil. If he had stayed in the kitchen long enough to hear the other half of Catherine’s [sentence (“so he will never know how I love him”) Heathcliff would have been set free. But Emily knew how to catch a devil. She put into him in place of a soul the constant cold departure of Catherine from his [nervous system every time he drew a breath or moved thought. She broke all his moments in half, with the kitchen door standing open. I am not unfamiliar with this half-life. But there is more to it than that. Heathcliff’s sexual despair arose out of no such experience in the life of Emily [Brontë, so far as we know. Her question, which concerns the years of inner cruelty that can [twist a person into a pain devil, came to her in a kindly firelit kitchen (“kichin” in Emily’s spelling) where she and Charlotte and Anne peeled potatoes together and made up stories with the old house dog Keeper at [their feet. There is a fragment of a poem she wrote in 1839 (about six years before Wuthering Heights) that says: That iron man was born like And he was once an ardent boy: He must have felt in infancy The glory of a summer sky.
Who is the iron man? My mother’s voice cuts across me, from the next room where she is lying on the sofa. Is that you dear? Yes Ma. Why don’t you turn on a light in there? Out the kitchen window I watch the steely April sun jab its last cold yellow streaks across a dirty silver sky. Okay Ma. What’s for supper?
(Anne Carson, da Il Saggio di vetro (The glass essay) in Vetro, Ironia e Dio, Crocetti Editore 2023 p.46-53)

