Anne Carson Premio Nobel per la Letteratura 2026

Il Premio Nobel per la Letteratura 2026 è stato assegnato ad Anne Carson, grecista, saggista e traduttrice canadese oltre che poeta. È una cosa che mi fa molto piacere, innanzitutto perché ha vinto una donna: Carson è la 19esima donna a conquistare il Nobel – sono 105 gli uomini premiati dal 1901.
La motivazione. Le è stato assegnato il Premio Nobel per «la sua opera audace e innovativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».
Anne Carson ha scritto più di 20 libri: raccolte di poesia, saggi, traduzioni, opere teatrali, ma in realtà la sua opera sfugge a qualsiasi classificazione. Mescola l’alto con il basso, contamina i generi in piena libertà come per esempio ne Il saggio di vetro, un testo in cui le contraddizioni di una relazione sono raccontate in collisione con Cime tempestose, mescolando autobiografia con il saggio (si trova nella pubblicazione Vetro, Ironia e Dio, considerato un lyric essay).

La cucina

La cucina al mio arrivo è calma come un osso.
Nessun suono dal resto della casa.
Aspetto un attimo
poi apro il frigo.

Lucente come un’astronave emana una fredda confusione.
Mia madre vive sola e mangia poco ma il suo frigo è sempre stipato.
Dopo aver estratto un vasetto di yogurt

da sotto un’astuta composizione di blocchi di dolce di Natale avanzato
avvolti in stagnola e flaconi di medicinali soggetti a prescrizione medica
richiudo la porta del frigo. Un crepuscolo bluastro

riempie la stanza come un mare che rifluisca.
Mi appoggio al lavandino.
I cibi bianchi per me sono i migliori

e preferisco mangiare da sola. Non so perché.
Una volta ho sentito delle ragazze cantare una canzone per il Primo Maggio che diceva:

Violante in dispensa
rosicchia un osso di montone
Come l’ha rosicchiato
Come l’ha artigliato
Quando si credette sola.

Le ragazze sono le più crudeli con sé stesse.
Qualcuna come Emily Brontë,
che rimase una ragazza per tutta la vita nonostante il corpo da donna,
aveva crudeltà accumulata in tutte le crepe del corpo come neve primaverile.
In varie occasioni possiamo vederla liberarsene
col gesto col quale spazzolava il tappeto.

Parlaci e poi frustalo!
fu il consiglio dato (a sei anni) a suo padre
riguardo al fratello Branwell.

E quando a 14 anni fu morsa da un cane rabbioso, si diresse a gran passi (così dicono)
in cucina e prendendo delle pinze roventi dalla stufa le applicò direttamente al proprio braccio.

La cauterizzazione di Heathcliff durò più a lungo.
Più di trent’anni nel tempo del romanzo,
da quella sera d’aprile quando corse fuori dalla porta della cucina
e svanì nella brughiera

perché aveva sentito una frase a metà di Catherine
(“Mi degraderebbe sposare Heathcliff”)
fino al mattino selvaggio

in cui il servo lo trovò morto e sorridente
sul letto bagnato dalla pioggia al piano superiore di Cime Tempestose.
Heathcliff è un demone del dolore.

Se fosse rimasto in cucina
abbastanza a lungo per ascoltare l’altra metà della frase di Catherine
(“così non saprà mai quanto lo amo”)

Heathcliff sarebbe stato liberato.
Ma Emily sapeva come catturare un demone.
Al posto di un’anima infuse in lui

il costante, freddo distacco di Catherine dal suo sistema nervoso
ogni volta che prendeva fiato o formava un pensiero.
Troncò a metà tutti i suoi momenti,

lasciando aperta la porta della cucina.
Non mi manca familiarità con questa vita a metà.
Ma c’è dell’altro.

La disperazione sessuale di Heathcliff
non sorse da alcuna esperienza analoga nella vita di Emily Brontë,
per quanto ne sappiamo. La domanda,

riguardante gli anni di crudeltà interiore necessari a
[trasformare una persona in un demone del dolore,
le venne in una cucina dolcemente illuminata dal fuoco
(“kichin” nella grafia di Emily) dove lei

e Charlotte e Anne sbucciavano le patate insieme
e inventavano storie con il vecchio cane ai loro piedi, Keeper.
Esiste un frammento

di una poesia che scrisse nel 1839
(circa sei anni prima di Cime tempestose) che dice:

Quell’uomo di ferro è nato come me
E fu una volta un ragazzo ardente:
Nell’infanzia dovette sentire
Tutta la gloria di un cielo d’estate.

Chi è quest’uomo di ferro?
La voce di mia madre mi attraversa,
dalla stanza accanto dov’è sdraiata sul divano.

Sei tu cara?
Sì Ma’.
Perché non accendi la luce?

Oltre la finestra della cucina guardo il sole d’acciaio d’aprile
sferrare le sue ultime strisce gialle
attraverso uno sporco cielo d’argento.
Ok Ma’. Che c’è per cena?

Kitchen

Kitchen is quiet as a bone when I come in.
No sound from the rest of the house.
I wait a moment
then open the fridge.

 Brilliant as a spaceship it exhales cold confusion.
My mother lives alone and eats little but her fridge      
[is always crammed.
After extracting the yogurt container

from beneath a wily arrangement of leftover blocks      
[of Christmas cake
wrapped in foil and prescription medicine bottles
I close the fridge door. Bluish dusk

fills the room like a sea slid back.
I lean against the sink.
White foods taste best to me

and I prefer to eat alone. I don’t know why.
Once I heard girls singing a May Day song that went:

Violante in the pantry
Gnawing at a mutton bone
How she gnawed it
How she clawed it
When she felt herself alone.
Girls are cruelest to themselves.
Someone like Emily Brontë,
who remained a girl all her life despite her body as a
[woman,
had cruelty drifted up in all the cracks of her like      
[spring snow.
We can see her ridding herself of it at various times
with a gesture like she used to brush the carpet.
Reason with him and then whip him!
was her instruction (age six) to her father
regarding brother Branwell.

And when she was 14 and bitten by a rabid dog she     
[strode (they say)
into the kitchen and taking red hot tongs from the      
[back of the stove applied
them directly to her arm.

Cauterization of Heathcliff took longer.
More than thirty years in the time of the novel,
from the April evening when he runs out the back      
[door of the kitchen
and vanishes over the moor

because he overheard half a sentence of Catherine’s
(“It would degrade me to marry Heathcliff”)
until the wild morning

when the servant finds him stark dead and grinning
on his rainsoaked bed upstairs in Wuthering Heights.
Heathcliff is a pain devil.

If he had stayed in the kitchen
long enough to hear the other half of Catherine’s      
[sentence
(“so he will never know how I love him”)

Heathcliff would have been set free.
But Emily knew how to catch a devil.
She put into him in place of a soul

the constant cold departure of Catherine from his      
[nervous system
every time he drew a breath or moved thought.
She broke all his moments in half,

with the kitchen door standing open.
I am not unfamiliar with this half-life.
But there is more to it than that.

Heathcliff’s sexual despair
arose out of no such experience in the life of Emily      
[Brontë,
so far as we know. Her question,

which concerns the years of inner cruelty that can      
[twist a person into a pain devil,
came to her in a kindly firelit kitchen
(“kichin” in Emily’s spelling) where she

and Charlotte and Anne peeled potatoes together
and made up stories with the old house dog Keeper at      
[their feet.
There is a fragment

of a poem she wrote in 1839
(about six years before Wuthering Heights) that says:

That iron man was born like 
And he was once an ardent boy:
He must have felt in infancy
The glory of a summer sky.
Who is the iron man?
My mother’s voice cuts across me,
from the next room where she is lying on the sofa.

Is that you dear?
Yes Ma.
Why don’t you turn on a light in there?

Out the kitchen window I watch the steely April sun
jab its last cold yellow streaks
across a dirty silver sky.
Okay Ma. What’s for supper?
(Anne Carson, da Il Saggio di vetro (The glass essay) in Vetro, Ironia e Dio, Crocetti  Editore 2023 p.46-53)                                  

Tre poesie di Charles Simic

Charles Simic è un poeta nato a Belgrado nel 1938. Nel 1953 lasciò il suo paese con la madre e il fratello per trasferirsi negli Stati Uniti e ricongiungersi col padre. Ha scelto l’inglese come lingua per scrivere la sua poesia. Nominato poeta laureato nel 2007, viene considerato uno dei maggiori poeti del Novecento. La sua scrittura è lineare, semplice, essenziale. Frasi brevi, fluide e di tipo discorsivo, lontane da un qualsivoglia eccesso retorico. Quando è morto il 9 gennaio del 2023, il critico Roberto Galaverni ha così sintetizzato uno degli aspetti della sua poesia: «Si può dire allora che la prima qualità di Simic, diciamo pure il punto su cui ha giocato il suo onore di poeta, sia stato quello di fissare l’esistenza cosiddetta comune o ordinaria (quella di tutti, insomma, e dunque anche la nostra) in modo non banale o prevedibile. Da questo punto di vista ogni sua poesia porta con sé almeno una piccola sorpresa: una dislocazione dello sguardo, un cortocircuito concettuale, un aggiramento delle proprie premesse conoscitive, un’inversione del senso consueto. La sua maestria, di conseguenza, è quella del fare e ottenere il molto col poco, vale a dire attraverso un impiego piuttosto parco dei mezzi espressivi. Tra le sue armi più efficaci si troveranno allora l’ironia, la presenza di spirito, il sense of humour, che poi nei suoi versi coincide con quel concretissimo senso dei fatti che soltanto un’indefessa osservazione della vita può avergli consentito».
Nella mia personale biblioteca poetica ho ritrovato un suo libro: Hotel Insonnia, che non ricordavo più e che ho riletto con grande piacere. Di seguito tre poesie.

Hotel Insomnia

I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
My Blue Heaven.

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The “Gypsy” fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.

Hotel insonnia

Mi piaceva quel mio piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.

In genere. però, era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccio di piedi nudi.
Lo “Zingaro” che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
pensai di singhiozzare io.

Watermelons

Green buddhas
On the fruit stand.
We eat the smile
And spit out the teeth.

Angurie

Verdi Buddha
Nel chiosco della frutta.
Ne mangiamo il sorriso
per sputarne i denti.

War

The trembling finger of a woman
Goes down the list of casualties
On the evening of the first snow.

The house is cold and the list is long.

All our names are included.

Guerra

Il dito tremante di una donna
scorre la lista dei caduti
nella sera della prima neve.

La casa è fredda e la lista è lunga.

I nostri nomi, tutti, sono inclusi.

(Charles Simic, Hotel Insonnia, Piccola Biblioteca Adelphi, 2002)

L’Autunno visto da Emily Brontë

Cadano le foglie cadano
di Emily Brontë

Cadano le foglie cadano muoiano i fiori
lunghe le notti e brevi i giorni
mi parla di felicità ogni foglia
fluttuando dagli alberi d’autunno
sorriderò quando ghirlande di neve
fioriranno dove un tempo era la rosa
canterò quando una notte morente
incalza un più tetro giorno.

Poesie (Mondadori, 1997), trad. it. Anna Luisa Zazo

Fall, leaves, fall
by Emily Brontë (1818-1848)

Fall, leaves, fall; die, flowers, away;
Lengthen night and shorten day;
Every leaf speaks bliss to me
Fluttering from the autumn tree.

I shall smile when wreaths of snow
Blossom where the rose should grow;
I shall sing when night’s decay
Ushers in a drearier day.

Eugenio Montale: tre deliziosi componimenti sulla poesia et similia

LA POESIA

1
L’angosciante questione
se sia a freddo o a caldo l’ispirazione
non appartiene alla scienza termica.
Il raptus non produce, il vuoto non conduce,
non c’è poesia al sorbetto o al girarrosto.
Si tratterà piuttosto di parole
molto importune
che hanno fretta di uscire
dal forno o dal surgerlante.
Il fatto non è importante. Appena fuori
si guardano d’attorno e hanno l’aria di dirsi:
che sto a farci?

2
Con orrore la poesia rifiuta
le glosse degli scoliasti.
Ma non è certo che la troppa muta
basti a sé stessa
o al trovarobe che in lei è inciampato
senza sapere di esserne
l’autore.

LE RIME
Le rime sono più noiose delle
dame di San Vincenzo: battono alla porta
e insistono. Respingerle è impossibile
e purché stiano fuori si sopportano.
Il poeta decente le allontana
(le rime), le nasconde, bara, tenta
il contrabbando. Ma le pinzochere ardono
di zelo e prima o poi (rime e vecchiarde)
bussano ancora e sono sempre quelle.

(Eugenio Montale, in Satura – Mondadori 1975 p. 61- 63)

Mare

Mare

Capitava qualche volta che dovesse prendere e andare. Vado al mare — diceva alle amiche, come se andasse all’incontro con un innamorato. E sempre nello stesso posto, un paese della riviera ligure piuttosto piccolo in verità e di non particolare attrattiva turistica. Da almeno trent’anni. Sospirò come se quei trent’anni le avessero messo sulle spalle un peso difficile da sostenere. Ma si rianimò subito appena scese dal treno nella stazione del paese. Il mare aveva una voce da baritono — da qualche parte doveva esserci tempesta o forse era solo il vento, che soffiava attraversando in corsa l’aria ora più tiepida. Sospirò selvaggia e fu d’un colpo paga di quel respiro, di quella vita. Brilla il mare, brilla come fuoco d’artificio a destra del molo, dove il sole sta iniziando la discesa. A sinistra, le creste bianche delle onde già sono accompagnate da piccoli flutti irresoluti e pigri. Arrivò alla foce del fiume e passò in rassegna la variegata fauna, che riempiva lo specchio d’acqua: germani reali, alzavole, due cigni e oche domestiche oltre ad un cospicuo numero di colombi in continuo movimento. Poi lo vide. Un airone cinerino stava poco lontano da lei a spulciarsi con il forte becco — sembrava non accorgersi del gran chiasso che facevano i colombi, gente volgare e male abituata dai turisti. Quel suo controllare e verificare che ogni cosa fosse al suo posto e il ritrovarle — che gioia! Non poteva essere che le immagini, che lei conservava come un tesoro nella sua mente e nel suo cuore, fossero la condizione necessaria, perché ogni cosa ed ogni essere ed ogni filo d’erba perdurassero negli anni? Che sarebbe successo, quando lei non sarebbe più arrivata per guardare con i suoi occhi quel mare e quel paese?


(Serra Clara, Mare in L’occhio parietale delle lucertole, Passione Scrittore 2026 p. 30)

Giornata internazionale dell’amicizia – 30 luglio 2026

La Giornata internazionale dell’amicizia nasce in seguito alla proposta avanzata dall’UNESCO di definire la Cultura della Pace come un insieme di valori, atteggiamenti e comportamenti che rifiutano la violenza e promuovono la prevenzione dei conflitti. Questa proposta è stata adottata poi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1997. La Giornata internazionale dell’amicizia è stata proclamata ufficialmente nel 2011.

Amicizia 

Divento timida e insicura quando tu mi chiedi
Come stai e l’occhio tuo indagatore divaga nei dintorni
Delle mie appartenenze

Come se potesse questo involucro fallace palesarti
Qualche mia ritrosa effigie o altro
Altro come il sogno che stanotte m’ha fiaccato
Reni e cuore di miseria di abiezione

Non posso fare affidamento non più ora sulle gambe
E sì che sempre le ho lodate per il servigio reso
Non posso fare affidamento non più ora sulle braccia
Sempre affamate sempre inutilmente tese

Nel mio sogno era una landa e un tempo immobile
Mostruoso ma io - voglio il balzo voglio il grido
Primigenio della vita

Timorosa tu mi guardi in mia presenza ma non me

Lascia ad altri favole e agnizioni io preferisco
Quanto è reale - il dolore della pietra e del sole
L’una calcinata dal tempo l’altro in consunzione

Chetati non esistono parole per consolare ma
Se concedi al silenzio di durare - vedrai
Le nostre carni sorelle insieme inazzurrare

Da me a te da te a me un leggero vibrato che solo
Sa percepire l’orecchio interno del nostro cuore.

(Serra Clara, Paesaggi dell’anima, Raineri Vivaldelli Editore – Torino 2017 p. 22)






T.S.ELIOT

Animula
«Esce di mano a Dio, l’anima semplicetta»
E volge a un mondo piatto di mutevoli luci e di rumore
Alla luce e alla tenebra, alla secchezza o all’umido, al gelo o al calore;
Si muove fra le zampe di tavoli e sedie,
Alzandosi o cadendo, afferrandosi a baci e balocchi,
Avanza ardita, all’improvviso allarma, si rifugia
Nell’angolo di un braccio o di un ginocchio, pronta a farsi
Rassicurare, prendendo diletto
Del fragrante brillio dell’albero di Natale,
E diletto del vento, della luce del sole e del mare;
Studia sul pavimento il gioco della luce
E cervi in fuga attorno a un vassoio d’argento;
Confonde il fantastico e il vero,
Lieta di carte da gioco e re e regine,
Di ciò che fanno le fate e i servi dicono.
Il pesante fardello dell’anima che cresce
Rende perplessi e offende sempre più, di giorno in giorno;
Di settimana in settimana offende e sempre più
Rende perplessi con gli imperativi dell’essere e apparire
E del si può e non si può, del desiderio come del ritegno,
Il dolore del vivere e la droga dei sogni
Piegano l’anima piccola che siede
Accanto alla finestra dietro l’Encyclopedia Britannica.
Esce di mano al tempo l’anima semplicetta
Irresoluta ed egoista, deforme, zoppicante,
Incapace di spingersi in avanti come di retrocedere,
Timorosa della calda realtà, del bene offerto,
Negando il sangue come un importuno,
Ombra delle sue stesse ombre, spettro della sua tenebra,
Lasciando carte in disordine in una stanza polverosa;
Vivendo per la prima volta nel silenzio che segue al viatico.

Prega per Guiterriez, avido di successo e di potere,
Per Boudin saltato in pezzi,
Per chi ha fatto una grande fortuna,
E per chi seguì la sua strada,
Prega per Floret, sbranato dai segugi fra gli alberi di tasso,
Prega per noi ora e nell’ora della nostra nascita.”

(T.S. Eliot, Animula, Ariel Poems in Poesie, Oscar Mondadori 1972 p.285-287)

Giacomo Leopardi: sulla poesia

Giugno è il mese di nascita e di morte di Giacomo Leopardi, poeta e pensatore tra i più insigni d’Italia. Talvolta mi piace svogliare qualche pagina dello Zibaldone (la mia edizione è del 2007), un tomo di mole considerevole, una sorta di diario personale, dove Leopardi esprime riflessioni di vario argomento: “Vertiginosa è la varietà dei temi e dei motivi che si intrecciano e si giustappongono”, dice Emanuele Trevi nella Premessa.
Ho scelto due passi, che riguardano la poesia, sulla quale ancora oggi ci interroghiamo senza raggiungere una vera condivisione.

«Non altrimenti che il poeta, l’arte del quale non consiste già principalmente nell’inventar cose affatto ignote e strane e a tutti inaudite, o nello sceglier le cose meno divulgate, anzi ciò facendo egli piuttosto pecca e perde e toglie all’effetto della poesia, di quel che gli aggiunga: ma l’arte sua è di scegliere tra le cose note le più belle, nuovamente e armoniosamente, cioè fra loro convenientemente, disporre le cose divulgate e adattate alla capacità dei più, nuovamente vestirle, adornarle, abbellirle, coll’armonia del verso, colle metafore, con ogni altro splendore dello stile: dar lume e nobiltà alle cose oscure e ignobili; novità alle comuni; cambia aspetto, quasi per magico incanto, a che che sia gli venga alle mani[3222]».

«Dal che si può ben concludere che la poesia non è quasi propria de’ nostri tempi, e non farsi meraviglia, s’ella ora langue come vediamo, e se è così raro, non dico un vero poeta, ma una vera poesia [735]».

Alcune poesie di Alessandra Carnaroli

Il libro di Alessandra Carnaroli Non si tocca la frutta nei supermercati però i culi nelle metropolitane (Einaudi 2025) mi ha catapultato nell’ abisso della cronaca, come la si legge sui quotidiani. Divisa in più parti: Metropolitana, Nomi, Cose e Città, i testi parlano di femminicidio, guerra, catastrofe ecologica e altre questioni: è una poesia impegnata (engagées – si potrebbe dire), che registra quanto accade intorno a noi: la guerra, l’uccisione di una donna, le morti a Gaza o calamità naturali, che l’umanità ha favorito con le sue scelte esecrabili. È un quadro duro e feroce senza possibilità di un riscatto qualsivoglia. È una poesia che non consola. A ciò contribuiscono anche le scelte formali dell’autrice, che svela negli automatismi del linguaggio pregiudizi e idee retrograde.

Ossi di pesca
Queste famiglie
Dove ci si accoltella
Come frutta fresca

***
Ave Giulia
Avvelenata
Col topicida
E poi uccisa

A fine gravidanza

Il tuo compagno
Non poteva perdere
La grande offerta
Di ammazzarne
Due in una volta

***
questa madre
alla quale
tutto va bene

non c’è dolore
che la muove
dal suo lettino vista mare

dice fai un passo indietro
ancora un altro nell’acqua alta
che ti voglio fotografare

***
cosa dobbiamo dire poi
dei gommoni
non conosciamo
neanche il numero
di persone

travolte dalle onde
come dentro quei
frullatori che hanno
tantissime funzioni

tra cui amalgamare
le sostanze
che siano carne o alghe

farne cibo per pesci

***
Nella striscia
Sono finiti i posti
Dove ripararsi

Come sull’autobus

Qualcuno deve
Morire in piedi
O scendere prima

***
Se la guardi sotto
I bombardamenti
Gaza sembra
Una festa

I razzi sono stelle filanti
I bambini i coriandoli

(Alessandra Carnaroli, Non si tocca la frutta nei supermercati però i culi nelle metropolitane, Einaudi 2025)

Centenario della nascita di Ingeborg Bachmann

Il 25 giugno del 1926 nasceva a Klagenfurt (Austria) Ingeborg Bachmann, considerata la massima scrittrice austriaca. Morì a Roma nel 1973 in circostanze tragiche. Ha scritto sia in prosa che in poesia: tra le raccolte ricordiamo Il tempo dilazionato (1953) e L’invocazione all’Orsa Maggiore (1956). Qui di seguito due poesie: come sono attuali!

Il tempo dilazionato

S’avanzano giorni più duri.
Il tempo dilazionato e revocabile
già appare all’orizzonte.
Presto dovrai allacciare le scarpe
e ricacciare i cani ai cascinali:
le viscere dei pesci nel vento
si sono fatte fredde.
Brucia a stento la luce dei lupini.
Lo sguardo tuo la nebbia esplora:
il tempo dilazionato e revocabile
già appare all’orizzonte.

Laggiù l’amata ti sprofonda nella sabbia,
che le sale ai capelli tesi al vento,
le tronca la parola,
le comanda di tacere,
la trova mortale
e proclive all’addio
dopo ogni amplesso.

Non ti guardare intorno.
Allacciati le scarpe.
Rimanda indietro i cani.
Getta in mare i pesci.
Spengi i lupini!

S’avanzano giorni più duri.

***

A voi, parole


Per Nelly Sachs, l’amica, la poetessa, con venerazione

A voi, parole, orsù, seguitemi!
Anche se già ci siamo spinti avanti,
fin troppo avanti, ancora si va
più avanti, si va senza fine.

Non vi è schiarita.

La parola
non farà
che tirarsi dietro altre parole,
la frase altre frasi.
Così il mondo intende
definitivamente,
imporsi,
esser già detto.
Non lo dite.

Seguitemi, parole
che non diventi definitiva
– questa ingordigia di parole
e detti e contraddetti!

Lasciate adesso per un poco
ammutolire ogni sentimento:
che il muscolo cuore
si eserciti altrimenti.

Lasciate, vi dico, lasciate.

Non sussurrate nulla,
nulla, dico, all’orecchio supremo,
che per la morte nulla
ti venga in mente:
lascia stare, seguimi,
né mite né amara,
non consolatrice
né significativamente
sconsolante,
ma nemmeno priva di significato –

E soprattutto niente immagini
tessute nella polvere, vuoto rotolare
di sillabe, parole di morte.

Neanche una,
o parole!

(Ingeborg Bachmann, Poesie. A cura di Maria Teresa Mandalari, Guanda editore, 2006, pp.21; 103-105).