Charles Simic è un poeta nato a Belgrado nel 1938. Nel 1953 lasciò il suo paese con la madre e il fratello per trasferirsi negli Stati Uniti e ricongiungersi col padre. Ha scelto l’inglese come lingua per scrivere la sua poesia. Nominato poeta laureato nel 2007, viene considerato uno dei maggiori poeti del Novecento. La sua scrittura è lineare, semplice, essenziale. Frasi brevi, fluide e di tipo discorsivo, lontane da un qualsivoglia eccesso retorico. Quando è morto il 9 gennaio del 2023, il critico Roberto Galaverni ha così sintetizzato uno degli aspetti della sua poesia: «Si può dire allora che la prima qualità di Simic, diciamo pure il punto su cui ha giocato il suo onore di poeta, sia stato quello di fissare l’esistenza cosiddetta comune o ordinaria (quella di tutti, insomma, e dunque anche la nostra) in modo non banale o prevedibile. Da questo punto di vista ogni sua poesia porta con sé almeno una piccola sorpresa: una dislocazione dello sguardo, un cortocircuito concettuale, un aggiramento delle proprie premesse conoscitive, un’inversione del senso consueto. La sua maestria, di conseguenza, è quella del fare e ottenere il molto col poco, vale a dire attraverso un impiego piuttosto parco dei mezzi espressivi. Tra le sue armi più efficaci si troveranno allora l’ironia, la presenza di spirito, il sense of humour, che poi nei suoi versi coincide con quel concretissimo senso dei fatti che soltanto un’indefessa osservazione della vita può avergli consentito».
Nella mia personale biblioteca poetica ho ritrovato un suo libro: Hotel Insonnia, che non ricordavo più e che ho riletto con grande piacere. Di seguito tre poesie.
Hotel Insomnia
I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
a crippled old man came to play
My Blue Heaven.
Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.
At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The “Gypsy” fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.
Hotel insonnia
Mi piaceva quel mio piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.
In genere. però, era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.
Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccio di piedi nudi.
Lo “Zingaro” che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
pensai di singhiozzare io.
Watermelons
Green buddhas
On the fruit stand.
We eat the smile
And spit out the teeth.
Angurie
Verdi Buddha
Nel chiosco della frutta.
Ne mangiamo il sorriso
per sputarne i denti.
War
The trembling finger of a woman
Goes down the list of casualties
On the evening of the first snow.
The house is cold and the list is long.
All our names are included.
Guerra
Il dito tremante di una donna
scorre la lista dei caduti
nella sera della prima neve.
La casa è fredda e la lista è lunga.
I nostri nomi, tutti, sono inclusi.
(Charles Simic, Hotel Insonnia, Piccola Biblioteca Adelphi, 2002)

