Mare

Mare

Capitava qualche volta che dovesse prendere e andare. Vado al mare — diceva alle amiche, come se andasse all’incontro con un innamorato. E sempre nello stesso posto, un paese della riviera ligure piuttosto piccolo in verità e di non particolare attrattiva turistica. Da almeno trent’anni. Sospirò come se quei trent’anni le avessero messo sulle spalle un peso difficile da sostenere. Ma si rianimò subito appena scese dal treno nella stazione del paese. Il mare aveva una voce da baritono — da qualche parte doveva esserci tempesta o forse era solo il vento, che soffiava attraversando in corsa l’aria ora più tiepida. Sospirò selvaggia e fu d’un colpo paga di quel respiro, di quella vita. Brilla il mare, brilla come fuoco d’artificio a destra del molo, dove il sole sta iniziando la discesa. A sinistra, le creste bianche delle onde già sono accompagnate da piccoli flutti irresoluti e pigri. Arrivò alla foce del fiume e passò in rassegna la variegata fauna, che riempiva lo specchio d’acqua: germani reali, alzavole, due cigni e oche domestiche oltre ad un cospicuo numero di colombi in continuo movimento. Poi lo vide. Un airone cinerino stava poco lontano da lei a spulciarsi con il forte becco — sembrava non accorgersi del gran chiasso che facevano i colombi, gente volgare e male abituata dai turisti. Quel suo controllare e verificare che ogni cosa fosse al suo posto e il ritrovarle — che gioia! Non poteva essere che le immagini, che lei conservava come un tesoro nella sua mente e nel suo cuore, fossero la condizione necessaria, perché ogni cosa ed ogni essere ed ogni filo d’erba perdurassero negli anni? Che sarebbe successo, quando lei non sarebbe più arrivata per guardare con i suoi occhi quel mare e quel paese?


(Serra Clara, Mare in L’occhio parietale delle lucertole, Passione Scrittore 2026 p. 30)

Giornata internazionale dell’amicizia – 30 luglio 2026

La Giornata internazionale dell’amicizia nasce in seguito alla proposta avanzata dall’UNESCO di definire la Cultura della Pace come un insieme di valori, atteggiamenti e comportamenti che rifiutano la violenza e promuovono la prevenzione dei conflitti. Questa proposta è stata adottata poi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1997. La Giornata internazionale dell’amicizia è stata proclamata ufficialmente nel 2011.

Amicizia 

Divento timida e insicura quando tu mi chiedi
Come stai e l’occhio tuo indagatore divaga nei dintorni
Delle mie appartenenze

Come se potesse questo involucro fallace palesarti
Qualche mia ritrosa effigie o altro
Altro come il sogno che stanotte m’ha fiaccato
Reni e cuore di miseria di abiezione

Non posso fare affidamento non più ora sulle gambe
E sì che sempre le ho lodate per il servigio reso
Non posso fare affidamento non più ora sulle braccia
Sempre affamate sempre inutilmente tese

Nel mio sogno era una landa e un tempo immobile
Mostruoso ma io - voglio il balzo voglio il grido
Primigenio della vita

Timorosa tu mi guardi in mia presenza ma non me

Lascia ad altri favole e agnizioni io preferisco
Quanto è reale - il dolore della pietra e del sole
L’una calcinata dal tempo l’altro in consunzione

Chetati non esistono parole per consolare ma
Se concedi al silenzio di durare - vedrai
Le nostre carni sorelle insieme inazzurrare

Da me a te da te a me un leggero vibrato che solo
Sa percepire l’orecchio interno del nostro cuore.

(Serra Clara, Paesaggi dell’anima, Raineri Vivaldelli Editore – Torino 2017 p. 22)






T.S.ELIOT

Animula
«Esce di mano a Dio, l’anima semplicetta»
E volge a un mondo piatto di mutevoli luci e di rumore
Alla luce e alla tenebra, alla secchezza o all’umido, al gelo o al calore;
Si muove fra le zampe di tavoli e sedie,
Alzandosi o cadendo, afferrandosi a baci e balocchi,
Avanza ardita, all’improvviso allarma, si rifugia
Nell’angolo di un braccio o di un ginocchio, pronta a farsi
Rassicurare, prendendo diletto
Del fragrante brillio dell’albero di Natale,
E diletto del vento, della luce del sole e del mare;
Studia sul pavimento il gioco della luce
E cervi in fuga attorno a un vassoio d’argento;
Confonde il fantastico e il vero,
Lieta di carte da gioco e re e regine,
Di ciò che fanno le fate e i servi dicono.
Il pesante fardello dell’anima che cresce
Rende perplessi e offende sempre più, di giorno in giorno;
Di settimana in settimana offende e sempre più
Rende perplessi con gli imperativi dell’essere e apparire
E del si può e non si può, del desiderio come del ritegno,
Il dolore del vivere e la droga dei sogni
Piegano l’anima piccola che siede
Accanto alla finestra dietro l’Encyclopedia Britannica.
Esce di mano al tempo l’anima semplicetta
Irresoluta ed egoista, deforme, zoppicante,
Incapace di spingersi in avanti come di retrocedere,
Timorosa della calda realtà, del bene offerto,
Negando il sangue come un importuno,
Ombra delle sue stesse ombre, spettro della sua tenebra,
Lasciando carte in disordine in una stanza polverosa;
Vivendo per la prima volta nel silenzio che segue al viatico.

Prega per Guiterriez, avido di successo e di potere,
Per Boudin saltato in pezzi,
Per chi ha fatto una grande fortuna,
E per chi seguì la sua strada,
Prega per Floret, sbranato dai segugi fra gli alberi di tasso,
Prega per noi ora e nell’ora della nostra nascita.”

(T.S. Eliot, Animula, Ariel Poems in Poesie, Oscar Mondadori 1972 p.285-287)

Giacomo Leopardi: sulla poesia

Giugno è il mese di nascita e di morte di Giacomo Leopardi, poeta e pensatore tra i più insigni d’Italia. Talvolta mi piace svogliare qualche pagina dello Zibaldone (la mia edizione è del 2007), un tomo di mole considerevole, una sorta di diario personale, dove Leopardi esprime riflessioni di vario argomento: “Vertiginosa è la varietà dei temi e dei motivi che si intrecciano e si giustappongono”, dice Emanuele Trevi nella Premessa.
Ho scelto due passi, che riguardano la poesia, sulla quale ancora oggi ci interroghiamo senza raggiungere una vera condivisione.

«Non altrimenti che il poeta, l’arte del quale non consiste già principalmente nell’inventar cose affatto ignote e strane e a tutti inaudite, o nello sceglier le cose meno divulgate, anzi ciò facendo egli piuttosto pecca e perde e toglie all’effetto della poesia, di quel che gli aggiunga: ma l’arte sua è di scegliere tra le cose note le più belle, nuovamente e armoniosamente, cioè fra loro convenientemente, disporre le cose divulgate e adattate alla capacità dei più, nuovamente vestirle, adornarle, abbellirle, coll’armonia del verso, colle metafore, con ogni altro splendore dello stile: dar lume e nobiltà alle cose oscure e ignobili; novità alle comuni; cambia aspetto, quasi per magico incanto, a che che sia gli venga alle mani[3222]».

«Dal che si può ben concludere che la poesia non è quasi propria de’ nostri tempi, e non farsi meraviglia, s’ella ora langue come vediamo, e se è così raro, non dico un vero poeta, ma una vera poesia [735]».

Alcune poesie di Alessandra Carnaroli

Il libro di Alessandra Carnaroli Non si tocca la frutta nei supermercati però i culi nelle metropolitane (Einaudi 2025) mi ha catapultato nell’ abisso della cronaca, come la si legge sui quotidiani. Divisa in più parti: Metropolitana, Nomi, Cose e Città, i testi parlano di femminicidio, guerra, catastrofe ecologica e altre questioni: è una poesia impegnata (engagées – si potrebbe dire), che registra quanto accade intorno a noi: la guerra, l’uccisione di una donna, le morti a Gaza o calamità naturali, che l’umanità ha favorito con le sue scelte esecrabili. È un quadro duro e feroce senza possibilità di un riscatto qualsivoglia. È una poesia che non consola. A ciò contribuiscono anche le scelte formali dell’autrice, che svela negli automatismi del linguaggio pregiudizi e idee retrograde.

Ossi di pesca
Queste famiglie
Dove ci si accoltella
Come frutta fresca

***
Ave Giulia
Avvelenata
Col topicida
E poi uccisa

A fine gravidanza

Il tuo compagno
Non poteva perdere
La grande offerta
Di ammazzarne
Due in una volta

***
questa madre
alla quale
tutto va bene

non c’è dolore
che la muove
dal suo lettino vista mare

dice fai un passo indietro
ancora un altro nell’acqua alta
che ti voglio fotografare

***
cosa dobbiamo dire poi
dei gommoni
non conosciamo
neanche il numero
di persone

travolte dalle onde
come dentro quei
frullatori che hanno
tantissime funzioni

tra cui amalgamare
le sostanze
che siano carne o alghe

farne cibo per pesci

***
Nella striscia
Sono finiti i posti
Dove ripararsi

Come sull’autobus

Qualcuno deve
Morire in piedi
O scendere prima

***
Se la guardi sotto
I bombardamenti
Gaza sembra
Una festa

I razzi sono stelle filanti
I bambini i coriandoli

(Alessandra Carnaroli, Non si tocca la frutta nei supermercati però i culi nelle metropolitane, Einaudi 2025)

Centenario della nascita di Ingeborg Bachmann

Il 25 giugno del 1926 nasceva a Klagenfurt (Austria) Ingeborg Bachmann, considerata la massima scrittrice austriaca. Morì a Roma nel 1973 in circostanze tragiche. Ha scritto sia in prosa che in poesia: tra le raccolte ricordiamo Il tempo dilazionato (1953) e L’invocazione all’Orsa Maggiore (1956). Qui di seguito due poesie: come sono attuali!

Il tempo dilazionato

S’avanzano giorni più duri.
Il tempo dilazionato e revocabile
già appare all’orizzonte.
Presto dovrai allacciare le scarpe
e ricacciare i cani ai cascinali:
le viscere dei pesci nel vento
si sono fatte fredde.
Brucia a stento la luce dei lupini.
Lo sguardo tuo la nebbia esplora:
il tempo dilazionato e revocabile
già appare all’orizzonte.

Laggiù l’amata ti sprofonda nella sabbia,
che le sale ai capelli tesi al vento,
le tronca la parola,
le comanda di tacere,
la trova mortale
e proclive all’addio
dopo ogni amplesso.

Non ti guardare intorno.
Allacciati le scarpe.
Rimanda indietro i cani.
Getta in mare i pesci.
Spengi i lupini!

S’avanzano giorni più duri.

***

A voi, parole


Per Nelly Sachs, l’amica, la poetessa, con venerazione

A voi, parole, orsù, seguitemi!
Anche se già ci siamo spinti avanti,
fin troppo avanti, ancora si va
più avanti, si va senza fine.

Non vi è schiarita.

La parola
non farà
che tirarsi dietro altre parole,
la frase altre frasi.
Così il mondo intende
definitivamente,
imporsi,
esser già detto.
Non lo dite.

Seguitemi, parole
che non diventi definitiva
– questa ingordigia di parole
e detti e contraddetti!

Lasciate adesso per un poco
ammutolire ogni sentimento:
che il muscolo cuore
si eserciti altrimenti.

Lasciate, vi dico, lasciate.

Non sussurrate nulla,
nulla, dico, all’orecchio supremo,
che per la morte nulla
ti venga in mente:
lascia stare, seguimi,
né mite né amara,
non consolatrice
né significativamente
sconsolante,
ma nemmeno priva di significato –

E soprattutto niente immagini
tessute nella polvere, vuoto rotolare
di sillabe, parole di morte.

Neanche una,
o parole!

(Ingeborg Bachmann, Poesie. A cura di Maria Teresa Mandalari, Guanda editore, 2006, pp.21; 103-105).

Carmen Gallo

Procne Machine segna l’ingresso di Carmen Gallo (Napoli 1983) nella collana Bianca Einaudi. Il libro è suddiviso in capitoli, la cui prima sezione – April – richiama nel nome T.S.Eliot con riferimenti chiari al cambiamento climatico. Il secondo – Procne Machine – dà ampio spazio ai miti, in particolare quello che riguarda Procne e Filomela: la prima è la moglie di Tereo, la seconda, sorella di Procne, viene stuprata da Tereo, che le taglia la lingua per impedirle di denunciare l’accaduto. Il mito di Procne e Filomela, delle due sorelle, viene raccontato attraverso epoche diverse e diversi autori. Il legame tra stupro e violenza viene indagato con numerosi riferimenti culturali e modalità espressive varie (dalla prosa alla poesia lirica tanto per fare un esempio).

Da: II. Procne Machine

Coda di serpe
Nella versione del mito di Ovidio, Procne e sua sorella Filomela fuggono dopo aver dato il piccolo Iti in pasto a suo padre Tereo. Tereo è il marito di Procne. Tereo ha stuprato Filomela in un bosco. Le ha tagliato con la spada la radice della lingua.
La lingua mozza giace a terra, racconta Ovidio, sul suolo nero di sangue. Guizza come la coda di una serpe che si fa sempre più debole mentre cerca il resto del corpo, l’intero cui appartiene. (p.19)

Filomela che piange

Come il lamento dell’usignolo è il pianto di Orfeo, racconta Virgilio nelle Georgiche, che piange nella notte e fermo sul ramo rinnova il canto straziante. Anche Petrarca nel Canzoniere racconta di un usignolo che piange i suoi piccoli e la cara consorte, ma poi si ricorda delle due sorelle, e a un certo punto sente «garrire progne e pianger Filomena».
D’ora in poi, le sorelle si scambiano il verso. Procne è una rondine e tace. Filomela è un’usignola e finalmente piange. (p.31)

Da III. Le metamorfosi

Da quando ci hanno impagliate
non abbiamo più bisogno
di un posto dove andare.
Siamo qui su una mensola
tra la finestra e l’armadio.
Quando ci hanno trovate
eravamo vive e spaventate.
Non abbiamo fatto molta strada.
Ci hanno portate in un posto
con centinaia di altre gabbie.
Era quasi settembre, credo,
perché molti stavano male,
prendevano le sbarre a testate.
Era colpa degli ormoni
che gli dicevano di andare.
Di notte si quietavano
ma di giorno ricominciavano
a tentare il volo
a migrare senza andare.
Poi un silenzio lungo un letargo,
una specie di morte fino ad aprile
quando di nuovo sono tornate
le testate, le ali incastrate.
Gli uomini ci hanno tenute lì
in attesa di sentirci cantare
ma noi siamo rimaste
mute per tutta l’estate
così si sono spazientiti
e dopo qualche tempo
ci hanno messo in una busta
e ci hanno congelate.

[…]

Nella casa in cui siamo adesso
c’è molta luce e siamo sole
gran parte del tempo.
Quando hanno ospiti la sera
qualcuno si avvicina e ci tocca,
a volte i bambini ci tengono
nelle mani per ore e a noi
resta addosso l’odore del sudore
oppure ci prendono la testa
la tengono stretta tra le dita
e premono forte, altre volte
ce le affondano nel petto,
vogliono capire che cosa
abbiamo dentro, di cosa
siamo fatte, se siamo piene
di paglia o di cartone.
«Come le mummie», dice la madre,
«è la stessa cosa. Non toccarle».

(Carmen Gallo, Procne Machine, Einaudi Editore 2026)

Due poesie

crea mulinelli di luce
l’ultimo sole
nel guscio trasparente
del cielo

il vento ristà
sulle guglie coronate
degli alberi

nello slargo del cielo un risucchio
un avverso clamore — l’occhio
beve l’aria ai bordi lecca
linee pallide di zucchero filato

città polverosa d’angoscia
seguiamo in diagonale
le tracce ossute delle cose

***
Noi 
che viviamo qui
cinti d’ombra
Noi
che un vento
accarezza
voce del fiume
siamo
e lineamenti
sperduti e labbra
serrate all’urto
della voce che
animosa tritura
gemiti di pioggia
Noi
che voci siamo
nella gola
degli anni
noi
piangiamo

Esistenza

Lo sento che mi preme
sul cuore tutta una vita
che trapassa in fiume
Nel fondo dell’essere
dalla buia notte dell’informe
quale lotta proviene quale
altro disegno appronta
le sue armi che d’altro
sappia seppur di poco
è dato defilarsi
per la tangente? Tu: grumo
di sangue creatura umana
vista terribile monstrum
meravigliosa ingegneria
che la natura torce
in corsa alla sua forma
m’imponi il passo
ai tuoi necessitati
gridi

(da Serra Clara, Questo luogo del cielo è chiamato Torino – 2025 - p. 153)

Festa della Liberazione

Il 25 aprile in Italia si celebra la festa della Liberazione dal nazifascismo. Oggi ricordiamo e rendiamo omaggio anche ai partigiani di ogni colore e tendenza politica, che con la loro azione hanno permesso la nascita della Repubblica italiana e della sua Costituzione, unico e vero baluardo di fronte ad ogni deriva di tipo autoritario.

partigiano

e per chi va viandante
il profilo butterato
della strada ad altri
profili sintesi
alterno verde puntiformi
attimi che si espandono
e il passato ferita aperta
nei labbri dei monti: cuspidi
glabre altere per sue
virtù — sacrario del popolo

più parole colano
dalle fenditure dei monti
una mistura a farne
delle mie — la parola
solca viperina l’aria
a cercare la
razionalizzazione dei
fenomeni — non basta
sei arbitrio ambiguità
realtà apparente
flatus voci

(Serra Clara, Questo luogo del cielo è chiamato Torino, 2025 p.148)

Montoso, 1276 metri s.l.m. – frazione di Bagnolo Piemonte. Negli anni ’50, sulla vetta del Montoso, accanto alla Croce eretta nel 1900, fu costruito un Sacrario per ricordare i partigiani e i civili caduti sui monti e nelle valli attigue.