Mare
Capitava qualche volta che dovesse prendere e andare. Vado al mare — diceva alle amiche, come se andasse all’incontro con un innamorato. E sempre nello stesso posto, un paese della riviera ligure piuttosto piccolo in verità e di non particolare attrattiva turistica. Da almeno trent’anni. Sospirò come se quei trent’anni le avessero messo sulle spalle un peso difficile da sostenere. Ma si rianimò subito appena scese dal treno nella stazione del paese. Il mare aveva una voce da baritono — da qualche parte doveva esserci tempesta o forse era solo il vento, che soffiava attraversando in corsa l’aria ora più tiepida. Sospirò selvaggia e fu d’un colpo paga di quel respiro, di quella vita. Brilla il mare, brilla come fuoco d’artificio a destra del molo, dove il sole sta iniziando la discesa. A sinistra, le creste bianche delle onde già sono accompagnate da piccoli flutti irresoluti e pigri. Arrivò alla foce del fiume e passò in rassegna la variegata fauna, che riempiva lo specchio d’acqua: germani reali, alzavole, due cigni e oche domestiche oltre ad un cospicuo numero di colombi in continuo movimento. Poi lo vide. Un airone cinerino stava poco lontano da lei a spulciarsi con il forte becco — sembrava non accorgersi del gran chiasso che facevano i colombi, gente volgare e male abituata dai turisti. Quel suo controllare e verificare che ogni cosa fosse al suo posto e il ritrovarle — che gioia! Non poteva essere che le immagini, che lei conservava come un tesoro nella sua mente e nel suo cuore, fossero la condizione necessaria, perché ogni cosa ed ogni essere ed ogni filo d’erba perdurassero negli anni? Che sarebbe successo, quando lei non sarebbe più arrivata per guardare con i suoi occhi quel mare e quel paese?
(Serra Clara, Mare in L’occhio parietale delle lucertole, Passione Scrittore 2026 p. 30)

